Darjeeling una regione tra Cina e Himalaya e il Darjeeling “Puttabong” 1° flush.

A nord-est dell’India, alla frontiera col Nepal, del Sikkim e del Bhutan, nelle montagne del Darjeeling che danno il più prezioso dei tè neri a foglia corta, all’alba le donne scendono i sentieri che portano ai sessantuno giardini esistenti. I migliori fra questi sono situati a più di mille-cinquecento metri di altezza. Le himalaiane, dagli zigomi alti e dagli occhi a mandorla, forti come tutta la gente di montagna, camminano in fila indiana. Sono le raccoglitrici, vestite poveramente anche se alcune di esse hanno una narice ornata da una perla d’argento.
Si chiami Castleton, Jungpana, Tukvar, o Badamtam, a Darjeeling quello che viene denominato “giardino” è in effetti una grande piantagione che si estende talvolta anche per cinquecento ettari. Ma resta pur sempre un “giardino” perché il tè che si produce, raccolto secondo i metodi tradizionali, porta il suo nome. I sessantun giardini producono quindicimila tonnellate di tè all’anno. Le condizioni climatiche, l’altitudine, lo sfruttamento non eccessivo del terreno conferiscono a questo tè la sua incomparabile qualità. I sapienti innesti, diversi secondo l’altitudine cui i giardini sono posti, fra le piante dell’Assam, dalle grandi foglie, e quelle cinesi, dalle foglie robuste ma più piccole, gli danno la sua peculiarità, il suo carattere. Le due varietà più importanti della pianta del tè –Camelia Sinensis- secondo la classificazione linneana, sono talvolta incrociate per ottenere degli ibridi. Una pianta cinese allo stato selvatico misura da due a tre metri di altezza e vive oltre cent’anni. Una pianta dell’Assam può arrivare fino a venti metri , ma non vive più di cinquant’anni.
Le varietà di Darjeeling aumentano ancora per il gioco dei venti e delle piogge, che muta secondo l’orientamento dei versanti coltivati e la loro altezza. Le differenze fra l’una e l’altra si rivelano infine, e soprattutto, nelle modificazioni che il ciclo delle stagioni porta alla pianta. Se l’amatore non distingue sempre un Makaibari da un Thurbo, avvertirà senza esitazione alcuna la diversità fra un Selimbong di primavera (first flush, primo raccolto dal 15 aprile al 31 maggio), uno d’estate (second flush, secondo raccolto, dal 15 giugno al 15 agosto) e uno d’autunno (terzo raccolto, dal 1° novembre al 15 dicembre).
Il sole si leva sopra le creste innevate. Ovunque nel mondo, i migliori tè hanno bisogno di una media di cinque ore di sole al giorno. Una volta raccolta, la pianta viene subito portata alla fabbrica per subire la sua trasformazione. Occorre evitare che perda freschezza, perciò il tempo di trasporto dev’essere il più possibile breve e la fabbrica deve trovarsi sempre sul luogo stesso della piantagione. Tutti i grandi giardini del tè hanno la loro manifattura.
Tratto da: “Il grande libro del tè” Idea Libri.

Il Darjeeling che vi presentiamo si chiama “Puttabong”, tè di origine biologica, il giardino è di proprietà della Jayshree Ltd. dal 1967. Questa azienda è sempre stata molto attenta ai metodi di coltivazione, alla cura dell’ambiente e dei lavoratori.
In questo giardino si coltivano vaire tipologie di tè, ma quella che senza dubbio spicca è il 1ºflush che vi presentiamo in questo articolo.
Il 1º flush, termine che probabilmente avrete sentito nominare, indica il periodo di raccolta della pianta, in questo caso primavera. I 2º flush sono raccolti in estate e poi ci sono i tè autunnali. Spesso si privilegia il 1º screditando gli altri. A mio parere è anche una questione di gusti. Senza dubbio i 1º flush sono più floreali e delicati, in virtù della breve esposizione solare ricevuta e altre condizioni climatiche. I 2º hanno un tocco più deciso, il sole e le piogge si fanno sentire di più..
In particolare questo “Puttabong” 1º flush si caratterizza per  una tazza di colore dorato, nell’aroma si possono notare note di fiori e uva moscatel. Abbastanza persistente. Vi resta solo che provarlo..

puttabong cult

Puttabong garden
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